Per non dimenticare

27 gennaio 2010 Rosario Nessun commento

Art. 1 della legge n. 211 del 20 luglio 2000:

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati

il male non ha né profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E’ una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale. Hannah Arendt

 

La rete non è la televisione!

17 gennaio 2010 Rosario 6 commenti

Prendo spunto da un bellissimo articolo dell’avvocato Guido Scorza su Punto Informatico, anticipato sul suo blog. Egli affronta il tema del recepimento della Direttiva dell’Unione Europea n. 2007/65/CE dell’11 dicembre 2007 che modifica la direttiva 89/552/CEE del Consiglio relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive. Sottolinea il Parlamento Europeo come la trasmissione di servizi di media audiovisivi renda necessario un adattamento del quadro normativo al fine di tenere conto dell’impatto dei cambiamenti strutturali, della diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) e delle innovazioni tecnologiche sui modelli d’attività, in particolare sul finanziamento della radiodiffusione commerciale.
Il  Parlamento Italiano si accinge a dare attuazione a tale direttiva tramite lo schema di Decreto Legislativo n. 169 trasmesso alla Presidenza della Camera il 18 dicembre 2009.
Partiamo dal contenuto della Direttiva n. 2007/65/CE, che al considerato 16 recita:

Ai fini della presente direttiva, la definizione di servizi di media audiovisivi dovrebbe comprendere solo i servizi di media audiovisivi, sia di radiodiffusione televisiva che a richiesta, che sono mezzi di comunicazione di massa, vale a dire destinati ad essere ricevuti da una porzione considerevole del grande pubblico sulla quale potrebbero esercitare un impatto evidente. Il suo ambito di applicazione dovrebbe limitarsi ai servizi definiti dal trattato, inglobando quindi tutte le forme di attività economica, comprese quelle svolte dalle imprese di servizio pubblico, ma non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse.

Abbastanza pleonastica la volontà del legislatore europeo di non equiparare i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati alle televisioni così come le conosciamo oggigiorno. Il Governo con la lett a) del comma 1 dell’art. 4 dello schema di decreto legislativo se da un lato nel definire il servizio media audiovisivo afferma che

non rientrano nella nozione di servizio media audiovisivo i servizi prestati nell’esercizio di attività principalmente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva;

dall’altro inserisce il periodo successivo

fermo restando che rientrano nella predetta definizione i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale;

Come si chiedono Guido Scorza e Stefano Quintarelli in un video blog “il contenuto audiovisivo non ha carattere meramente incidentale” ma, il sito non esercita certo un’attività “principalmente economica”. Inoltre una piattaforma UGC che consenta agli utenti di pubblicare propri contenuti audiovisivi nell’ambito di un’attività economica è una televisione?
Delle due l’una:

  • o si tratta dell’ennesimo pressapochismo nello scrivere i testi normativi, visto che il considerato della direttiva è abbastanza lapidario nell’escludere determinati tipi di siti dalla definizione di servizio media audiovisivo;
  • o il governo ha agito dolosamente sotto l’egida dell’immane conflitto di interesse televisivo-politico che da anni condiziona le scelte legislative di questo paese.

La direttiva europea, inoltre, al considerato 23 afferma che:

la presente direttiva dovrebbe applicarsi fatte salve le deroghe di responsabilità della direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (direttiva sul commercio elettronico).

Ribadendo ancora una volta il principio dell’irresponsabilità degli intermediari della comunicazione  per i contenuti pubblicati dai propri utenti e di non responsabilità dei primi per i medesimi contenuti.
Invece il decreto all’art. 6 prevede un obbligo in capo a tutti i fornitori di servizi media audiovisivi di astenersi

dal trasmettere o ritrasmettere, o mettere comunque a disposizione degli utenti, su qualsiasi piattaforma e qualunque sia la tipologia di servizio offerto, programmi oggetto di diritti di proprietà intellettuale di terzi o parti di tali programmi, senza il consenso di titolari dei diritti e salve le disposizioni in materia di brevi estratti di cronaca.

La solita occasione dolosamente sprecata. Anziché sfruttare l’occasione offerta dall’Unione Europea per affermare l’irresponsabilità degli intermediari della comunicazione sui contenuti pubblicati sui loro siti, oggetto di recenti pronunce giurisprudenziali su casi di annunci web o di responsabilità penali per commenti pubblicati su siti web, si affonda l’ennesimo duro colpo alla libertà della rete.
Il mondo cambia ad una velocità che la classe dirigente politica italiana non è nemmeno in grado di analizzare, figurarsi di comprendere. Se a ciò si aggiunge che decisioni vitali sul futuro dell’innovazione tecnologica in Italia debbano essere prese sotto il peso della spada di Damocle della conservazione del potere economico-mediatico-politico della televisione, si capisce come il nostro paese oltre a non tutelare il diritto costituzionale alla libertà di informazione, stia perdendo il treno dello sviluppo dei presupposti essenziali della rete come motore del futuro progresso economico.

Rosarno, non solo ordine pubblico

11 gennaio 2010 Rosario Nessun commento

Tutto ciò che è successo a partire da giovedì scorso a Rosarno è raccapricciante. Adesso è diventato un problema di ordine pubblico. Ma questi immigrati in quel lager della ex cartiera in cui vivevano ci sono da tempo. E ci sono per un motivo ben preciso: per farli lavorare al nero, per una paga da fame, senza le benché minime condizioni di vivibilità igienico-sanitarie.
In questi giorni abbiamo assistito alle cronache dei fatti di guerriglia urbana, sconcia manifestazione di razzismo da parte degli abitanti del luogo. Avranno avuto le loro ragioni, ma sempre di razzismo si tratta. Tutti i servizi dei media sono stati incentrati sugli scontri, sulle condizioni di vita di questi sfortunati esseri umani, sulle loro testimonianze delle aggressioni ed, in ultimo, sui trasferimenti presso i centri di Bari e Crotone. Troppo poco l’informazione televisiva si è occupata del perché queste persone si trovavano lì. Migranti anche nel lavoro. A novembre erano in Puglia. A primavera migreranno in Campania a spezzarsi la schiena negli orti dove è padrona la mafia più feroce del mondo. Questa strana società in cui viviamo prima sfrutta la disperazione di esuli scappati da paesi in miseria o costellati da immani guerre civili. Poi li condanna, in questo caso con una vera e propria caccia all’uomo, a vivere in condizioni di lager nazista. Non si è posto l’accento mediatico sul lavoro che facevano, su chi li sfrutta, sulle organizzazioni criminali che stanno spesso dietro a questa nuova tratta di schiavi. Qualcuno ha mai intervistato i proprietari terrieri presso i quali gli extracomunitari lavoravano per raccogliere arance,uva,olive o pomodori? Chi sono i caporali che li prendono all’alba sui furgoncini, come al mercato del bestiame, scelgono i più forti e lucrano addirittura 5 dei miserabilissimi 20 euro che guadagnano? Si apprende che molti degli immigrati risultano comunque in possesso di permesso stagionale, altri hanno documenti in regola, molti sono richiedenti asilo. La magistratura sta indagando, come giusto che sia. Ma non sarebbe un bel gesto da parte dell’informazione televisiva porre in rilievo tali aspetti?
Un paese ricco e civile quale osa definirsi l’Italia non può solo affrontare un tale disastro come un problema di ordine pubblico e rallegrarsene “perché non ci è scappato il morto”. La politica dell’accoglienza è inesistente o spesso improntata al mero ed esplicito razzismo. Si va dalla nota della Gelmini che, dando voce ad un vecchio sogno leghista, vuole fissare al 30% la presenza degli studenti immigrati in classe. Passando per lo sconcio reato di immigrazione clandestina. Sino ad arrivare all’odissea alla quale è soggetta un’impresa che volesse assumere un lavoratore extracomunitario. Si dice che si vogliono tutelare gli immigrati che lavorano e non delinquono. Per assumerne uno, ammesso che si riesca a “vincere” la lotteria delle quote provinciali, passano dai 12 ai 18 mesi dalla presentazione della domanda!
Tra le tante voci che hanno trattato tale spiacevolissimo fatto quella che mi è parsa maggiormente carica di umanità è stata la poesia di Adriano Sofri su Repubblica. Nel video la lettura di Lella Costa.

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Le menzogne della notte

10 gennaio 2010 Rosario 2 commenti
Le menzogne della notte

Le menzogne della notte

Le Menzogne della notte è il terzo romanzo di Gesualdo Bufalino, che uscì da Bompiani nel 1988 e fu, quell’anno stesso insignito del premio Strega. In esso, ancor più che in Diceria dell’untore ed in Argo il cieco, si nota, come si può leggere nella prefazione dell’edizione dei tascabili Bompiani,  “la predilezione bufaliniana per il teatrale, connessa ad una perplessità metafisica, all’ipotesi dell’inverosimiglianza e vanità del creato, con la conseguenza di disegnare personaggi i quali, più che agire, si offrono e s’inquisiscono come su un palcoscenico, un po’ loici ed un po’ ciarlatani, inclini, al di là delle peculiari implicazioni storico-politiche di questo romanzo, all’indagine esistenziale o alle lusinghe della memoria e del sogno”.
L’autore realizza una stranissima discrasia cronologica: infatti la storia è ambientata su un’isola del Regno delle Due Sicilie, all’incirca al tempo di Ferdinando II di Borbone, ma l’ambientazione storica non assume mai i caratteri della compiutezza, tanto da non consentire al lettore di individuare quale re e quale regno costituiscono la cornice temporale della vicenda. Il suo sapore d’epoca emerge più dalle mirabolanti citazioni (tipo flash back) dei libelli politici e delle opere musicali del tempo, che da una dettagliata rappresentazione documentaristica degli eventi. La storia è quella dell’ultima notte che un gruppo di condannati a morte per lesa maestà trascorre su un’isola penitenziaria borbonica. Il barone di Letoianni, Corrado Ingafù, è un gentiluomo di corte in là con gli anni; il poeta Saglimbeni è autore di versi contro il trono e l’altare; Agesilao è un soldato di trent’anni di “natali bastardi”; Narciso Lucifera è il più giovane. I quattro sono legati dall’appartenenza ad una setta segreta, alla cui guida è un misterioso Padreterno di cui non sono disposti a rivelare l’identità, nemmeno sotto tortura. Alla vigilia dell’esecuzione per ghigliottina, il Governatore della prigione viene a proporre ai quattro un patto: la salvezza di tutti in cambio del nome di colui che tiene le fila della congiura; nome da scrivere su un cartiglio, col beneficio dell’anonimato, anche da parte di uno solo di essi. I quattro vengono tradotti dalla loro cella nel confortatorio per trascorrervi le ultime ore a loro disposizione. Qui appare il quinto personaggio della terribile notte, frate Cirillo, avvolto in bende insanguinate per le recenti torture, che li stimola a distrarsi in quei momenti carichi d’angoscia, raccontando ciascuno un episodio felice del proprio passato. Prendono così corpo, nella cornice narrativa principale, quattro abbozzi di romanzo con storie di passioni, entusiasmi rivoluzionari, morti, amori, violenze. Tra un racconto e l’altro, estesi ciascuno per un capitolo, hanno spazio i commenti dei prigionieri, che smascherano eventuali bugie e le reticenze di frate Cirillo, il quale rifiuta di raccontare il proprio attimo felice per nascondere il proprio passato di brigante. L’ultimo capitolo è riservato alla scrittura diplomatica di Consalvo De Ritis: (il Governatore, famelicamente soprannominato Sparafucile) in una lettera al sovrano, una sorta di testamento, egli lamenta di non essere riuscito a servire la corona a causa degli inganni degli uomini, che sono “inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere”.
Questo libro dell’autore siciliano è caratterizzato dalla densità e linearità dell’intreccio narrativo. Al contrario di Diceria, maggiormente incentrato sulla straordinaria forza poetico-evocativa del linguaggio, e di Argo, testo metanarrativo sul destino del romanzo, esso ripiega su una più asciutta volontà di voler raccontare i fatti. Partendo da un certo numero di storie riunite che costituiscono la cornice dell’impianto narrativo. Come egli stesso afferma: “…in quei modelli (parlando delle Mille e una notte e del Decameron, ndr) i racconti si appoggiano alla stampella di una cornice che serve da sfondo e pretesto ma interagisce poco sugli stessi racconti. Io ho scelto invece una cornice forte, dinamica, che è essa stessa racconto e si serve dei racconti minori per raggiungere il suo esito tragico: una cornice-fiume; coi racconti come affluenti”.
Il finale è da thriller. “E così, dall’apparente pretesa del romanzo ben costruito, dal recupero dell’archetipo narrativo forte e centripeto, in grado di garantire, con la rigorosa e organica geometria del suo impianto, il più ‘eburneo inattualismo’ – per citare ancora lo stesso autore – siamo ripiombati nel caos dell’opera aperta, sul terreno malfermo e debole della precarietà esistenziale che ci è più vicina e familiare, che è la sigla inconfondibile dei tempi moderni. E che la scrittura ardita e trepida di Bufalino, con la sua artificialità manieristica e barocca, cerca disperatamente di esorcizzare.”

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Eroi dimenticati

3 gennaio 2010 Rosario Nessun commento

Nel 1931 il regime fascista, nella spasmodica ansia di “fascistizzare” lo Stato, impose ad alcune cariche istituzionali, tra le quali funzionari statali, dirigenti, professori universitari, il giuramento di fedeltà al regime. La vicenda storicamente è assai controversa. Per quanto attiene ai docenti universitari, una versione attribuisce alla proposta del filosofo Giovanni Gentile la regia dell’operazione pseudo-culturale. Alcune fonti riferiscono che la bozza scritta dal grande filosofo, non prevedeva la fedeltà al regime, ma soltanto alla Monarchia, allo Statuto, e l’impegno di formare cittadini operosi, prodi e devoti alla Patria. Fu il ministro della Pubblica istruzione, Balbino Giuliano a fare quell’aggiunta. Comunque sia andata venne imposto ai docenti quest’assurdo atto di prostrazione ed umiliazione.
I professori universitari di ruolo che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo furono in tutto una dozzina su 1.200. “Sublimato all’un per mille”, titolò sprezzantemente un giornale d’obbedienza littoria. Ma ricordiamo i nomi di questi illustri personaggi.

Francesco Ruffini (giurista);
Edoardo Ruffini Avondo (giurista);
Fabio Luzzatto (giurista);
Giorgio Levi Della Vida (orientalista);
Gaetano De Sanctis (storico dell’antichità);
Ernesto Buonaiuti (teologo);
Vito Volterra (matematico);
Bartolo Nigrisoli (chirurgo);
Mario Carrara (antropologo);
Lionello Venturi (storico dell’arte);
Giorgio Errera (chimico);
Piero Martinetti (studioso di filosofia);
Errico Presutti (giurista).

Altri docenti, a vario titolo, non prestarono il giuramento tramite escamotege  o ragioni varie, differenti, tuttavia dal rifiuto esplicito dei colleghi. Vittorio Emanuele Orlando, ex presidente del Consiglio, scelse la pacifica soluzione di andarsene in pensione. Antonio De Viti De Marco scelse il “collocamento a riposo”, ma esprimendo pubblicamente le ragioni del dissenso. Da Cambridge l’ economista Piero Sraffa comunicò al ministro dell’ Educazione Nazionale le sue dimissioni da ordinario di Economia politica a Cagliari (aveva vinto la cattedra al King’ s College). Giuseppe Antonio Borgese, in missione negli Stati Uniti, al momento dell’imposizione del giuramento nel 1931, non riprese servizio all’Università di Milano dove era ordinario di Estetica, come risulta da due lettere scritte dagli Stati Uniti a Mussolini nel 1933, nelle quali motivava il suo no al fascismo (pubblicate due anni dopo a Parigi sui Quaderni di Giustizia e Libertà).
Diversi per estrazione sociale e radici culturali, altoborghesi e figli di tabaccaio, religiosissimi e anticlericali, socialisti e liberali, repubblicani e monarchici, ebrei e cattolici, i dissidenti sono apparentati da una spessa moralità e da un’indole naturalmente fuori dal coro.
Nel 2000 è stato pubblicato il libro Preferirei di no di Giorgio Boatti (Einaudi), che mostra in filigrana il percorso dell’intellighenzia italiana attraverso dodici personalità differenti per origine, carattere, modi di pensare, attitudini sociali. Precedentemente era già stato pubblicato il documentatissimo volume del tedesco Helmut Goetz, Il giuramento rifiutato, I docenti universitari e il regime fascista (La Nuova Italia), frutto di una puntigliosa ricerca condotta per trent’anni in archivi, memorie, giornali, corrispondenza privata, con inedite testimonianze personali che aprono inattesi squarci sui tormenti di coloro che s’adeguarono.
Questi eroi che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, perdendo la cattedra, percependo una pensione di fame, subendo persecuzioni, divieti, vigilanza stretta ed oppressiva solo per prendere le distanze dalla “sconcia apologia della violenza, per essere coerenti agli ideali di libertà, dignità e coerenza interiore, per esprimere la loro ripugnanza quasi fisica al fascismo”. Questi dovrebbero figurare in un albo d’oro e ricordati con una lapide in tutte le città e i comuni d’Italia per dare un monito alle generazioni che non sanno cosa sia la dignità umana. Ricordare quei nomi è un dovere per gli italiani perché hanno dato onore ad un intero popolo. Non fu eroismo epico, ma sobrio e corretto atteggiamento di uomini integri e, se vogliamo, un gesto alla don Chisciotte (eroica figura, al contrario di quello che la vulgata dell’approssimativismo culturale ci ha sempre fatto credere). L’uomo, di solito è un essere misero e miserevole, che, per paura della povertà e della fame, è capace di perdere la dignità. Invero alla metà degli anni Sessanta, a favore alla piccola schiera di irriducibili, ci fu chi diede battaglia, proponendo che i loro nomi fossero scolpiti sui muri delle università italiane. Si chiamava Ignazio Silone.

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Proroga scioglimento Campobello

21 dicembre 2009 Rosario Nessun commento

Torno sull’argomento dello scioglimento del Consiglio Comunale del Comune di Campobello di Licata, già trattato nel post precedente, per affrontarne un particolare aspetto: la proroga dello scioglimento e della Commissione prefettizia che lo amministrava avvenuta il 16 gennaio 2008. Ciò perché nella relazione del Ministro dell’Interno di allora (Giuliano Amato) che accompagna il decreto c’è un passaggio che mi tocca particolarmente. Il passo che mi riguarda recita: “L’attivita’ della commissione straordinaria e’ stata peraltro condizionata negativamente dal pervicace atteggiamento di alcuni esponenti della disciolta compagine amministrativa, da anni presenti sulla locale scena politica che, forti di una fitta rete di relazioni interpersonali, continuano con atteggiamenti arroganti e provocatori ad interferire nella vita amministrativa dell’ente, avvalendosi della posizione di sottomissione e di riverenza di alcuni funzionari e di parte del personale assunti nel corso delle precedenti gestioni amministrative. Indicativa di tale contesto ambientale risulta essere l’azione diffamatoria posta in essere da un ex assessore della giunta comunale rimossa che, attraverso volantini con titoli ad effetto, mirava a delegittimare l’operato dell’organo di gestione straordinaria.”
Ebbene sì quell’ex assessore sono io. Infatti una volta decaduto dalla carica tornai a fare politica come militante della locale sezione dei Democratici di Sinistra sino al marzo 2007. Alla fine di tale mese, nel corso del congresso di sezione venni eletto segretario della storica sede locale dei DS. All’inizio del 2007, come partito politico che aveva amministrato il comune per larga parte del dopoguerra, cominciammo ad ingaggiare una campagna di stimolo dell’operato della Commissione Straordinaria che governava la città. Tutto ciò nella piena ed assoluta convinzione che l’amministrazione democraticamente eletta fosse stata sciolta senza valide motivazioni e che, alla fine dell’odissea giudiziaria l’ex leader di quella amministrazione sarebbe stato riconosciuto innocente (il 25 novembre 2009 la quarta sezione della Corte d’Appello di Palermo ha assolto Calogero Gueli dall’accusa di concorso esterno in associazione delinquenziale di stampo mafioso). Riporterò di seguito i volantini con titoli ad effetto che citano il Ministro ed il Prefetto. Vi accorgerete, dalla lettura, che non miravano affatto a delegittimare l’operato dell’organo di  gestione straordinaria. Essi vertevano solo su problematiche politiche ed amministrative. Magari il linguaggio in alcuni casi è stato sarcastico; ma gli scritti vertevano sempre su fatti concreti, documentati e, nella stragrande maggioranza dei casi, su argomenti sollevati da cittadini che si recavano nella sezione per avanzare lamentele e/o proposte. Io e la classe dirigente del partito dei DS abbiamo solo svolto, a livello locale, il ruolo che la Costituzione assegna ai partiti politici.

Solidarietà sociale (Leggi il volantino)
Un volantino informava la cittadinanza, vista la carenza di forme di comunicazione, che la precedente amministrazione aveva stanziato 112.000,00€ per l’assistenza alle famiglie bisognose e che le somme destinate alla solidarietà sociale non rientrano tra quelle di cui si deve tenere conto per il raggiungimento degli obiettivi previsti dal patto di stabilità e, se non spese, non migliorano, sotto questo profilo, il bilancio comunale. Ciò in quanto la commissione in sei mesi aveva concesso solo 3 contributi a famiglie povere.

Comunicato stampa per mancata sepoltura di indigenti (Leggi)
Si portava a conoscenza la cittadinanza che due giovani indigenti giacevano da mesi nella nelle celle frigorifere del cimitero di Campobello di Licata perché non avevo un loculo dove poter essere collocati. Inoltre i Democratici di Sinistra si rendevano disponibili a fare fronte al pagamento dei loculi.

Completamento rete idrica (Leggi)
La precedente amministrazione aveva dato incarico di progettazione per la realizzazione di alcuni tratti di rete idrica nelle periferie dell’abitato ed aveva, su suggerimento dell’Eas, fatto includere un anello di congiunzione per servire tutte le palazzine costruite sull’asse nord-sud dell’abitato per rifornire di acqua potabile gli abitanti. Per delle disattenzioni dell’ufficio tecnico l’opera andò in gara con ritardo e i lavori non furono consegnati dalla passata amministrazione. Risultava che la Commissione straordinaria, al febbraio 2007, non aveva ancora dato l’autorizzazione a stipulare il contratto e non se ne capiva  la ragione.

Impianti fotovoltaici, pavimentazione del centro abitato; rete fognaria
Si informava la cittadinanza che alcune che opere si stavano realizzando nel febbraio 2007 (pavimentazione del centro abitato; rete fognaria) erano frutto della precedente amministrazione. Inoltre erano stati richiesti dal Comune tre distinti finanziamenti all’Assessorato Regionale Industria per l’ammissione alle agevolazioni previste dal cosiddetto “conto energia” per la realizzazione di tre impianti fotovoltaici. Era prevista l’erogazione di un contributo proporzionato alla quantità di energia prodotta per venti anni oltre al ricavo della vendita dell’energia elettrica. La cifra per i tre impianti ammontava a quasi 2 milioni e mezzo di euro. L’operazione sfumò perché gli impianti dovevano essere realizzati entro un anno dall’emissione dei decreti di ammissione alle agevolazioni e cioè entro il mese di aprile dell’anno 2007.

Realizzazione dell’impianto di produzione di energia elettrica da biogas
La commissione aveva cancellato dalla programmazione delle opere pubbliche la realizzazione dell’impianto di produzione di energia elettrica da biogas nella discarica sub comprensoriale di contrada Favarotta. La perdita per il comune è stata di 700.000,00 euro.

Pubblica illuminazione e situazione idrica
Su segnalazione di molti cittadini si chiedeva perché da più di un mese non venivano sostituite le lampade della pubblica illuminazione. Inoltre veniva segnalato che era diminuita la dotazione idrica a disposizione del Comune invitando l’amministrazione ad attivare potabilizzatore di contrada Fondachello.

Nota sullo stato del Programma triennale delle Opere Pubbliche

Nota sull’organizzazione del personale

Comunicato stampa sulla ricorrenza del 25 aprile

Approvvigionamento idrico residenze estive ed attività pubbliche con autobotti

Chiarimenti del servizio rapporti con il pubblico

Lo scioglimento dell’amministrazione di Campobello di Licata

19 dicembre 2009 Rosario Nessun commento

Con provvedimento del 30 marzo 2004 il Prefetto di Agrigento disponeva  l’accesso ispettivo presso il Comune di Campobello di Licata al fine di verificare la presenza di forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata. Insediatasi la commissione ispettiva e vagliata l’attività amministrativa del Comune di Campobello di Licata la stessa, al termine delle proprie operazioni, nel mese di settembre del 2004, provvedeva ad inoltrare l’esito di detta verifica alla Prefettura proponente per l’assunzione dei provvedimenti consequenziali. Nessun provvedimento veniva, però, assunto nell’immediatezza da detta Prefettura. Anzi, secondo notizie giornalistiche del tempo, il Prefetto di Agrigento riferiva che nessuna forma di ingerenza e/o compromissione dell’attività pubblica era stata riscontrata a carico dell’amministrazione del Comune di Campobello di Licata e che, pertanto, nessun provvedimento di scioglimento sarebbe stato assunto nei confronti della stessa. Senonché, a distanza di quasi due anni, essendo stato arrestato il Sindaco (che sarà assolto il 25 novembre 2009) a fronte di un accertamento ispettivo che di sicuro diversi dubbi poneva posta l’inattività nell’immediato da parte della detta Prefettura, senza che siano stati compiuti ulteriori e nuovi accertamenti, nuove ispezioni presso il Comune di Campobello di Licata o, comunque, richiesti chiarimenti o integrazioni all’amministrazione, il Ministro dell’Interno, su impulso del Prefetto di Agrigento, recupera l’esito del detto accertamento e formula in data 13.07.2006 (22 mesi dopo la conclusione dell’accertamento ispettivo) la proposta di scioglimento degli organi elettivi nominati a seguito della consultazione elettorale del 26.05.2002 in quanto caratterizzata da forme di ingerenza criminale tali da comprometterne l’imparzialità, il buon andamento ed il regolare dei servizi ad essa affidati. Sulla scorta di tale proposta il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 14 luglio 2006, deliberava lo scioglimento dei detti organi elettivi, inviando al Presidente della Repubblica gli atti per l’adozione del necessario Decreto di scioglimento (firmato il 18 Luglio 2007).
Secondo il Decreto di scioglimento (e relative relazioni allegate) l’amministrazione comunale è stata sciolta per il ritenuto collegamento tra l’amministrazione uscente dalle consultazioni elettorali del 26.05.2002 e la criminalità organizzata. Ciò attraverso le figure di taluni amministratori o di talune imprese ritenute, a diverso titolo, vicine a soggetti gravitanti nel detto mondo della criminalità organizzata che, secondo la ricostruzione offerta, sovente hanno intrattenuto rapporti con la detta amministrazione. Conseguenza di tali collegamenti viene individuata nella massiccia ingerenza criminale sull’attività amministrativa, tale da comprometterne l’imparzialità nella gestione, il buon andamento ed il regolare funzionamento dei servizi ad essa affidati, con particolare riferimento al settore degli appalti pubblici ove si assisterebbe al precostituito disegno di dirottare gran parte del flusso finanziario pubblico in favore di alcune imprese contigue ad esponenti malavitosi e, segnatamente, di talune di esse specificatamente indicate e riconducibili ad un noto latitante locale. Lo strumento a tal fine individuato ricadrebbe, sempre secondo la ricostruzione offerta, nell’eccessivo ricorso agli strumenti della trattativa privata, del cottimo appalto e della somma urgenza in violazione della normativa dettata in materia
Rapporti degli amministratori con la criminalità organizzata
Per come sinteticamente espresso nella proposta del Ministro, un amministratore è cognato di un pregiudicato, censurato per associazione a delinquere di stampo mafioso e concorso in duplice omicidio, già in carcere da 12 anni (non si comprende come abbia potuto influire sull’amministrazione uno in carcere da 12 anni) senza dire che ha anche un genero che è nell’arma dei carabinieri; è  assolutamente incensurato;  nessun collaboratore di giustizia né ha mai fatto riferimento; a oggi lo stesso non ha subito nessuna azione penale di alcun tipo; ha svolto ininterrottamente, negli ultimi 50 anni, attività politica che spesso lo ha visto ricoprire un ruolo pubblico, senza che mai gli sia stato imputato alcunché. Inoltre il cognato del detto amministratore appartiene ad una famiglia contrapposta, per come rilevato dagli stessi organi accertatori, a quella oggi ritenuta dagli inquirenti predominante sul territorio. Così dicasi per l’altro amministratore, “figlio di un defunto mafioso” come dice il rapporto, morto, ma morto nel 1976, trenta anni fa!, (non ci risulta che i morti possano condizionare dalla tomba un’amministrazione), senza dire che su questo amministratore né sull’altro risultano censure, addirittura a uno dei due, al figlio del “defunto mafioso” non risulta nemmeno una infrazione per divieto di sosta. In questo paese la responsabilità penale non è personale come la condotta morale? O le colpe dei padri e dei parenti ricadono su figli, cognati e parenti in genere? Così dicasi dei consiglieri. Uno di maggioranza e uno di minoranza. Quello di maggioranza è figlio di una figlia del “defunto mafioso” morto trenta anni fa, l’altro di minoranza ha sempre votato contro i provvedimenti dell’amministrazione. La sua influenza è stata irrilevante. Il ritenuto “collegamento” tra l’amministrazione comunale e la criminalità organizzata viene rinvenuto esclusivamente nel detto rapporto di parentela, senza l’indicazione di ulteriori elementi che confermino o quantomeno facciano propendere per tale evenienza.
Imprese
Nella monografia che potete leggere in fondo a questo post, viene dato conto di ogni singola impresa che ha avuto rapporti con il Comune, in modo particolareggiato, per dare un quadro esaustivo del vero operato degli organi del Comune, del rispetto delle leggi e dei suoi regolamenti. Viene confutato quanto scritto sull’affidamento a trattativa privata dei lavori di manutenzione straordinaria delle scuole elementari che, a parere della commissione, è ingiustificato quanto invece è giustificato per legge e regolamento comunale e così dicasi per il rilievo sull’altro lavoro che non era un lavoro a base d’asta, bensì un progetto di finanza, (realizzato con il capitale dell’impresa). Viene dato conto analiticamente, nel corso dell’esposizione, dell’intero settore degli appalti per rigettare con forza, anomalie e irregolarità riscontrate che, ad avviso della commissione, hanno permesso “di dirottare le risorse finanziarie verso le imprese individuate, in massima parte locali, e sovente contigue ad esponenti mafiosi ovvero legate con rapporti di parentela con amministratori locali”. Viene smentito l’assunto che le risorse finanziarie sono state dirottate verso parenti degli amministratori.
Le ditte i cui titolari hanno parenti nell’amministrazione sono tre ed hanno effettuato forniture o lavori per conto del Comune per un importo risibile in otto anni e nessun servizio. Si precisa che le ditte nei confronti delle quali è stato ordinato la confisca dei beni si riducono a due, Falsone Carmela e Middioni Angelo (successivamente assolto)che hanno svolto lavori per il Comune di Campobello di Licata, la prima per un importo di 4,000 euro e il secondo per un importo di 24.000 nel corso di due anni e prima della consiliatura del maggio 2002 e quando nei loro confronti non era emerso nulla di rilevante e la camera di Commercio attestava la certificazione antimafia. Si nota, semplicemente, che non c’è stato un “frequente ricorso” al cottimo fiduciario, dal momento che ne sono stati celebrati soltanto sei e di “modesto importo” come ha sottolineato la stessa commissione, cottimi celebrati perché la legge lo prevedeva, nel periodo in cui sono stati determinati. Non si è costituito l’albo delle imprese perché vietato per legge sin dal 2000. Sulle somme urgenze vengono chiariti tutti gli aspetti e rigettati i rilievi sollevati dalla commissione.
Sulla discarica si precisa soltanto che non si tratta di una discarica di ingombranti, ma di una discarica per rifiuti solidi urbani esaurita e dismessa e su cui si stavano portando avanti i progetti per la conduzione post mortem, per cui i terreni debbono essere espropriati e non possono essere restituiti al proprietario originario, come adombrato dalla commissione. In merito all’aumento del prezzo verificatosi nel 1999, si fa notare che l’attuale curatore ha chiesto anche lui un aumento del canone.
Da quanto detto e per tutto ciò che sarà esposto in dettaglio, non trova alcun fondamento l’asserita “vicinanza tra l’amministrazione comunale e la criminalità organizzata né è stato alterato il ruolo che la legge assegna al Comune di Ente esponenziale della comunità di cittadini , portatore generale dei loro interessi” né tanto meno “è venuta meno l’osservanza del principio di legalità né c’è stato un uso distorto delle funzioni pubbliche da pregiudicare le fondamentali garanzie democratiche, e da minare il principio di salvaguardia della sicurezza pubblica e compromesso le legittime aspettative della popolazione.”
Concludo sottolineando che l’amministrazione di Campobello di Licata vantava una nomea di efficacia, efficienza, di economicità, di buon governo e imparzialità tanto che si era soliti dire nel circondario che quella di Campobello doveva essere presa a modello dagli altri Comuni.

Leggi la monografia

Un caso di “ordinaria” ingiustizia

18 dicembre 2009 Rosario 2 commenti

Il 25 novembre 2009 la quarta sezione della Corte d’Appello di Palermo ha assolto Calogero Gueli dall’accusa di concorso esterno in associazione delinquenziale di stampo mafioso.

I FATTI

La notte del 22 giugno 2006 viene arrestato Calogero Gueli, sino ad allora sindaco del comune di Campobello di Licata in provincia di Agrigento. L’arresto avviene in esecuzione di un ordinanza di custodia cautelare che contesta, all’uomo politico siciliano, i reati di associazione mafiosa ed estorsione. Diciannove giorni dopo l’arresto, il Tribunale della Libertà ne dispone la scarcerazione per insufficienza di indizi. Qualche giorno dopo (15 luglio 2006), il Comune di Campobello di Licata viene sciolto per infiltrazioni mafiose.
La Procura della Repubblica ricorre in Cassazione contro la scarcerazione. La Corte di Cassazione annulla l’ordinanza di scarcerazione e rinvia ad una nuova sessione del Tribunale del Riesame. Il nuovo Tribunale conferma la custodia cautelare in carcere ma ne sospende l’efficacia sino al passato in giudicato della decisione. Il 22 novembre 2007 la Cassazione respinge il ricorso della difesa e Calogero Gueli viene arrestato una seconda volta. Nel corso del processo, svolto col rito abbreviato, la Procura chiede la condanna di Calogero Gueli per associazione delinquenziale di stampo mafioso di cui all’articolo 416 bis e quale mandante di una estorsione ai danni dell’impresa Ventura Vincenzo. Il 30 novembre 2008 il Giudice dell’Udienza preliminare lo condanna a 3 anni e 4 mesi di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, venendo a cadere, dunque, sia l’accusa di associazione che quella di estorsione. Il 25 novembre 2009 la quarta sezione della Corte d’Appello di Palermo ha assolto Calogero Gueli dall’accusa di concorso esterno in associazione delinquenziale di stampo mafioso.
Calogero Gueli ha passato quasi due anni tra carcere e arresti domiciliari. Un tribunale lo ha poi dichiarato innocente. Nel frattempo è stata distrutta la vita e la carriera politica di un uomo; è stata sciolta un’amministrazione comunale efficiente con argomentazioni risibili; è stata compiuta un’estrema ingiustizia!
PS Il sottoscritto è stato assessore della disciolta giunta comunale per otto mesi.

Artemisia Gentileschi

17 dicembre 2009 Rosario 2 commenti
Artemisia Gentileschi - Autoritratto

Artemisia Gentileschi - Autoritratto

Sono rari i casi di donne divenute famose nel campo artistico, soprattutto nel periodo classico e moderno. Le donne sono sempre state relegate a svolgere mansioni di second’ordine da condizionamenti di natura culturale e sociale. Spesso sono state costrette a mortificare la propria personalità artistica scrivendo sotto falso nome; facendo firmare i quadri da altri; comunque sempre relegate nell’anonimato. Artemisia Gentileschi fu sicuramente una delle poche protagoniste femminili della storia dell’arte europea. Nata a Roma nel 1953 dal pittore Orazio Gentileschi, prima di sei figli (tutti maschi), venne istruita in tenerissima età alla pittura dal padre. In un periodo caratterizzato dalle prime influenze del Concilio di Trento, Artemisia seppe dare libero sfogo ad istinti che a quel tempo venivano un po’ mortificati (Caravaggio a parte) per far spazio al valore didascalico e morale delle immagini sacre. Temi caratterizzanti la sua opera furono il desiderio di vendetta, il sadismo, la fusione tra sacro e profano; la rappresentazione dei corpi in tutta la loro elegante nudità; il tutto riuscendo ad infondere nelle sue opere un raffinato alito di sensualità. Purtroppo la sua figura fu legata per anni ad uno spiacevolissimo episodio.
Nel 1611 Artemisia venne violentata dal suo insegnante di prospettiva, un tale di nome Agostino Tassi amico nonché collega del padre. Lei aveva 15 anni e Agostino circa 32. La giovane fu costretta a confermare l’accaduto sotto tortura. L’anno successivo si celebrò il processo nel quale venne fuori anche la vera figura del Tassi. L’amico Stiattesi affermò di averlo conosciuto quando viveva a Livorno ed era “ammogliato con certa Maria, la quale gli fuggì con un suo drudo. Egli dopo averla cercata invano, saputola nel Mantovano la fece uccidere da sicari. Quando fu abbandonato dalla consorte venne a Roma con la cognata [allora quattordicenne] e nell’anno precedente a questa deposizione fu querelato per incesto (i rapporti sessuali con una cognata, essendo viva la moglie, erano considerati incestuosi). So che amava Artemisia da cui aveva avuto un quadro figurante una Giuditta. Gli aveva detto non di poterla sposare perché credeva che il Cosimo [Quorli] ne avesse pure profittato”. Tassi scontò otto mesi nella prigione di Corte Savella ma alla fine il caso fu archiviato. Dopo l’accaduto Tassi continuò a collezionare accuse di ogni nefandezza, financo all’omicidio. In seguito Artemisia riuscì a sposarsi ma soprattutto si riabilitò con la forza espressiva della propria pittura.
Ne sono testimonianze, a parte il suo Autoritratto (abbastanza insolito per i suoi tempi), il quadro qui a destra:

Giuditta che decapita Oloferne

Giuditta che decapita Oloferne

Giuditta che decapita Oloferne. Probabilmente ispirato dal suo stato d’animo durante il processo esso rappresenta una delle scene più cruente della Bibbia. La decapitazione del feroce generale assiro Oloferne ad opera di Giuditta e di una sua ancella. Ella si intrufola nel campo nemico per compiere il glorioso gesto. Strano particolare del quadro la presenza della seconda donna come compartecipe dell’atto. Nella scena biblica Giuditta compie il gesto da sola mentre l’ancella aspetta fuori, vedendosi consegnata la testa all’uscita. Quasi a voler ancor di più riscattare il ruolo eroico ed essenziale della figura della donna. Ma leggiamo la descrizione che ne fa il grande storico dell’arte Roberto Longhi che, con un saggio del 1916 (purtroppo rivalutato solo di recente), contribuì a far uscire la figura di Artemisia dall’angusto spazio di icona del femminismo e la restituì agli onori dei grandi pittori del seicento. “«Ma – vien voglia di dire – ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?» ed aggiungeva «[...] che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del Seicento europeo, dopo Van Dyck”.

Parole, traduzioni, riflessioni

24 luglio 2009 Rosario Nessun commento

Io vendo insulti”, confessava Ambrose Bierce in uno dei momenti, non rari, in cui il suo furore cinico si rivolgeva contro se stesso. Bierce, giornalista e scrittore fu una penna velenosissima; bersagli preferiti sono stati gli uomini, le istituzioni, le parole. Nella presentazione dell’edizione del “Dizionario del diavoloGuido Almansi scriveva: “La parole, ah, quelle poi arroccate nel vocabolario fonte screditata di ogni nefandezza, le parole fingono di essere strumenti di comunicazione mentre sono in realtà organi di mistificazione. Ogni nuova voce che si insinua in un già corrotto dizionario per arricchire la fraudolenza purulenta aggiunge nuove ipotesi di inganno, di gabbo, di imbroglio alla nostra lingua mendace. L’uomo non è un animale culturale: è una animale culturalmente perverso che non ha bisogno di mentire perché la lingua che lui adopera ha già mentito per lui”. Certo il giudizio di Almansi, presentando un libro che ha fatto della mistificazione della parola la sua ragione d’essere, è abbastanza paradossale. Ma le parole possono avere in sé davvero cariche esplosive di verità e di menzogne.
Si pensi, poi, alle traduzioni. A quanto si perde nel leggere testi tradotti che, nella versione originale avevano un’altra enfasi, carica, significato. Sempre riferendoci a Bierce, che aveva una passione per le frasi funebri si da scrivere il suo necrologio come prima cosa quando entrava in un giornale, una volta compose l’epitaffio funebre del direttore del suo giornale. Approfittando della sinonimia tra il verbo “to lie”= mentire e “to lie”= giacere, Bierce così scrisse: “Here lies Frank Pixley, as usual”, cioè “Qui giace/mente Frank Pixley, come sempre”. Egli aveva accusato quel direttore di non aver tenuto fede ad una promessa di matrimonio. Si lasciarono presto e non diventarono mai amici. Chiudiamo con Bierce riportando la mia voce preferita del dizionario, anch’essa straordinario esempio di utilizzo sintetico di alcune parole per esprimere un giudizio. Pregare: “Pretendere che le leggi dell’universo vengano annullate a favore di un singolo postulante, il quale se ne confessa del tutto indegno”.
Si prenda un altro grande maneggiatore della parola: François de La Rochefoucauld. Nella traduzione delle sue stupende Massime a volte incorriamo in discrasie linguistiche. Consideriamo le parole “esprit” o “coeur”. La massima “Tutti coloro che conoscono il loro spirito non conoscono il loro cuore” ci appare incisiva, plastica, diretta. Ma il particolare uso di spirito/esprit ci è estraneo; così come i cambiamenti subiti dalla parola cuore/coeur nel corso della sua storia più recente; il rischio è quello di confonderci e di leggere il cuore/coeur di La Rochefoucauld come se fosse il cuore/coeur dei romantici.
Concludo con un altro capolavoro della letteratura americana Moby Dick di Herman Melville. A proposito di una interessantissima dicotomia, l’autore si diverte a scherzare e paradossare tra destra e sinistra. A parte le infinite considerazioni che si sono sempre fatte tra tale distinzione, è curiosa quella posta in essere da Melville. Nel libro il profeta straccione Elia, mette in guardia Ismaele, che non ha ancora visto Achab. “Non l’avete ancora veduto?”. “No, non ancora. E’ malato, dicono, ma sta meglio è sarà di nuovo a posto (right) tra non molto”. “Di nuovo a posto tra non molto!” rise lo sconosciuto con un sorriso solennemente sprezzante. “Sentite: quando il capitano Achab sarà dritto (right) allora sarà dritto (right) anche il suo braccio sinistro, non prima”. Nella versione italiana il gioco di parole tra right e left va perduto: Pavese ne avverte con una nota a piè di pagina. Il linguaggio oscuro di Elia vuol dire che Achab sarà un uomo come gli altri quando la sinistra sarà diventata la destra.