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Eroi dimenticati

Nel 1931 il regime fascista, nella spasmodica ansia di “fascistizzare” lo Stato, impose ad alcune cariche istituzionali, tra le quali funzionari statali, dirigenti, professori universitari, il giuramento di fedeltà al regime. La vicenda storicamente è assai controversa. Per quanto attiene ai docenti universitari, una versione attribuisce alla proposta del filosofo Giovanni Gentile la regia dell’operazione pseudo-culturale. Alcune fonti riferiscono che la bozza scritta dal grande filosofo, non prevedeva la fedeltà al regime, ma soltanto alla Monarchia, allo Statuto, e l’impegno di formare cittadini operosi, prodi e devoti alla Patria. Fu il ministro della Pubblica istruzione, Balbino Giuliano a fare quell’aggiunta. Comunque sia andata venne imposto ai docenti quest’assurdo atto di prostrazione ed umiliazione.
I professori universitari di ruolo che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo furono in tutto una dozzina su 1.200. “Sublimato all’un per mille”, titolò sprezzantemente un giornale d’obbedienza littoria. Ma ricordiamo i nomi di questi illustri personaggi.

Francesco Ruffini (giurista);
Edoardo Ruffini Avondo (giurista);
Fabio Luzzatto (giurista);
Giorgio Levi Della Vida (orientalista);
Gaetano De Sanctis (storico dell’antichità);
Ernesto Buonaiuti (teologo);
Vito Volterra (matematico);
Bartolo Nigrisoli (chirurgo);
Mario Carrara (antropologo);
Lionello Venturi (storico dell’arte);
Giorgio Errera (chimico);
Piero Martinetti (studioso di filosofia);
Errico Presutti (giurista).

Altri docenti, a vario titolo, non prestarono il giuramento tramite escamotege  o ragioni varie, differenti, tuttavia dal rifiuto esplicito dei colleghi. Vittorio Emanuele Orlando, ex presidente del Consiglio, scelse la pacifica soluzione di andarsene in pensione. Antonio De Viti De Marco scelse il “collocamento a riposo”, ma esprimendo pubblicamente le ragioni del dissenso. Da Cambridge l’ economista Piero Sraffa comunicò al ministro dell’ Educazione Nazionale le sue dimissioni da ordinario di Economia politica a Cagliari (aveva vinto la cattedra al King’ s College). Giuseppe Antonio Borgese, in missione negli Stati Uniti, al momento dell’imposizione del giuramento nel 1931, non riprese servizio all’Università di Milano dove era ordinario di Estetica, come risulta da due lettere scritte dagli Stati Uniti a Mussolini nel 1933, nelle quali motivava il suo no al fascismo (pubblicate due anni dopo a Parigi sui Quaderni di Giustizia e Libertà).
Diversi per estrazione sociale e radici culturali, altoborghesi e figli di tabaccaio, religiosissimi e anticlericali, socialisti e liberali, repubblicani e monarchici, ebrei e cattolici, i dissidenti sono apparentati da una spessa moralità e da un’indole naturalmente fuori dal coro.
Nel 2000 è stato pubblicato il libro Preferirei di no di Giorgio Boatti (Einaudi), che mostra in filigrana il percorso dell’intellighenzia italiana attraverso dodici personalità differenti per origine, carattere, modi di pensare, attitudini sociali. Precedentemente era già stato pubblicato il documentatissimo volume del tedesco Helmut Goetz, Il giuramento rifiutato, I docenti universitari e il regime fascista (La Nuova Italia), frutto di una puntigliosa ricerca condotta per trent’anni in archivi, memorie, giornali, corrispondenza privata, con inedite testimonianze personali che aprono inattesi squarci sui tormenti di coloro che s’adeguarono.
Questi eroi che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, perdendo la cattedra, percependo una pensione di fame, subendo persecuzioni, divieti, vigilanza stretta ed oppressiva solo per prendere le distanze dalla “sconcia apologia della violenza, per essere coerenti agli ideali di libertà, dignità e coerenza interiore, per esprimere la loro ripugnanza quasi fisica al fascismo”. Questi dovrebbero figurare in un albo d’oro e ricordati con una lapide in tutte le città e i comuni d’Italia per dare un monito alle generazioni che non sanno cosa sia la dignità umana. Ricordare quei nomi è un dovere per gli italiani perché hanno dato onore ad un intero popolo. Non fu eroismo epico, ma sobrio e corretto atteggiamento di uomini integri e, se vogliamo, un gesto alla don Chisciotte (eroica figura, al contrario di quello che la vulgata dell’approssimativismo culturale ci ha sempre fatto credere). L’uomo, di solito è un essere misero e miserevole, che, per paura della povertà e della fame, è capace di perdere la dignità. Invero alla metà degli anni Sessanta, a favore alla piccola schiera di irriducibili, ci fu chi diede battaglia, proponendo che i loro nomi fossero scolpiti sui muri delle università italiane. Si chiamava Ignazio Silone.

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