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Le menzogne della notte

Le menzogne della notte

Le menzogne della notte

Le Menzogne della notte è il terzo romanzo di Gesualdo Bufalino, che uscì da Bompiani nel 1988 e fu, quell’anno stesso insignito del premio Strega. In esso, ancor più che in Diceria dell’untore ed in Argo il cieco, si nota, come si può leggere nella prefazione dell’edizione dei tascabili Bompiani,  “la predilezione bufaliniana per il teatrale, connessa ad una perplessità metafisica, all’ipotesi dell’inverosimiglianza e vanità del creato, con la conseguenza di disegnare personaggi i quali, più che agire, si offrono e s’inquisiscono come su un palcoscenico, un po’ loici ed un po’ ciarlatani, inclini, al di là delle peculiari implicazioni storico-politiche di questo romanzo, all’indagine esistenziale o alle lusinghe della memoria e del sogno”.
L’autore realizza una stranissima discrasia cronologica: infatti la storia è ambientata su un’isola del Regno delle Due Sicilie, all’incirca al tempo di Ferdinando II di Borbone, ma l’ambientazione storica non assume mai i caratteri della compiutezza, tanto da non consentire al lettore di individuare quale re e quale regno costituiscono la cornice temporale della vicenda. Il suo sapore d’epoca emerge più dalle mirabolanti citazioni (tipo flash back) dei libelli politici e delle opere musicali del tempo, che da una dettagliata rappresentazione documentaristica degli eventi. La storia è quella dell’ultima notte che un gruppo di condannati a morte per lesa maestà trascorre su un’isola penitenziaria borbonica. Il barone di Letoianni, Corrado Ingafù, è un gentiluomo di corte in là con gli anni; il poeta Saglimbeni è autore di versi contro il trono e l’altare; Agesilao è un soldato di trent’anni di “natali bastardi”; Narciso Lucifera è il più giovane. I quattro sono legati dall’appartenenza ad una setta segreta, alla cui guida è un misterioso Padreterno di cui non sono disposti a rivelare l’identità, nemmeno sotto tortura. Alla vigilia dell’esecuzione per ghigliottina, il Governatore della prigione viene a proporre ai quattro un patto: la salvezza di tutti in cambio del nome di colui che tiene le fila della congiura; nome da scrivere su un cartiglio, col beneficio dell’anonimato, anche da parte di uno solo di essi. I quattro vengono tradotti dalla loro cella nel confortatorio per trascorrervi le ultime ore a loro disposizione. Qui appare il quinto personaggio della terribile notte, frate Cirillo, avvolto in bende insanguinate per le recenti torture, che li stimola a distrarsi in quei momenti carichi d’angoscia, raccontando ciascuno un episodio felice del proprio passato. Prendono così corpo, nella cornice narrativa principale, quattro abbozzi di romanzo con storie di passioni, entusiasmi rivoluzionari, morti, amori, violenze. Tra un racconto e l’altro, estesi ciascuno per un capitolo, hanno spazio i commenti dei prigionieri, che smascherano eventuali bugie e le reticenze di frate Cirillo, il quale rifiuta di raccontare il proprio attimo felice per nascondere il proprio passato di brigante. L’ultimo capitolo è riservato alla scrittura diplomatica di Consalvo De Ritis: (il Governatore, famelicamente soprannominato Sparafucile) in una lettera al sovrano, una sorta di testamento, egli lamenta di non essere riuscito a servire la corona a causa degli inganni degli uomini, che sono “inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere”.
Questo libro dell’autore siciliano è caratterizzato dalla densità e linearità dell’intreccio narrativo. Al contrario di Diceria, maggiormente incentrato sulla straordinaria forza poetico-evocativa del linguaggio, e di Argo, testo metanarrativo sul destino del romanzo, esso ripiega su una più asciutta volontà di voler raccontare i fatti. Partendo da un certo numero di storie riunite che costituiscono la cornice dell’impianto narrativo. Come egli stesso afferma: “…in quei modelli (parlando delle Mille e una notte e del Decameron, ndr) i racconti si appoggiano alla stampella di una cornice che serve da sfondo e pretesto ma interagisce poco sugli stessi racconti. Io ho scelto invece una cornice forte, dinamica, che è essa stessa racconto e si serve dei racconti minori per raggiungere il suo esito tragico: una cornice-fiume; coi racconti come affluenti”.
Il finale è da thriller. “E così, dall’apparente pretesa del romanzo ben costruito, dal recupero dell’archetipo narrativo forte e centripeto, in grado di garantire, con la rigorosa e organica geometria del suo impianto, il più ‘eburneo inattualismo’ – per citare ancora lo stesso autore – siamo ripiombati nel caos dell’opera aperta, sul terreno malfermo e debole della precarietà esistenziale che ci è più vicina e familiare, che è la sigla inconfondibile dei tempi moderni. E che la scrittura ardita e trepida di Bufalino, con la sua artificialità manieristica e barocca, cerca disperatamente di esorcizzare.”

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