Rosarno, non solo ordine pubblico
Tutto ciò che è successo a partire da giovedì scorso a Rosarno è raccapricciante. Adesso è diventato un problema di ordine pubblico. Ma questi immigrati in quel lager della ex cartiera in cui vivevano ci sono da tempo. E ci sono per un motivo ben preciso: per farli lavorare al nero, per una paga da fame, senza le benché minime condizioni di vivibilità igienico-sanitarie.
In questi giorni abbiamo assistito alle cronache dei fatti di guerriglia urbana, sconcia manifestazione di razzismo da parte degli abitanti del luogo. Avranno avuto le loro ragioni, ma sempre di razzismo si tratta. Tutti i servizi dei media sono stati incentrati sugli scontri, sulle condizioni di vita di questi sfortunati esseri umani, sulle loro testimonianze delle aggressioni ed, in ultimo, sui trasferimenti presso i centri di Bari e Crotone. Troppo poco l’informazione televisiva si è occupata del perché queste persone si trovavano lì. Migranti anche nel lavoro. A novembre erano in Puglia. A primavera migreranno in Campania a spezzarsi la schiena negli orti dove è padrona la mafia più feroce del mondo. Questa strana società in cui viviamo prima sfrutta la disperazione di esuli scappati da paesi in miseria o costellati da immani guerre civili. Poi li condanna, in questo caso con una vera e propria caccia all’uomo, a vivere in condizioni di lager nazista. Non si è posto l’accento mediatico sul lavoro che facevano, su chi li sfrutta, sulle organizzazioni criminali che stanno spesso dietro a questa nuova tratta di schiavi. Qualcuno ha mai intervistato i proprietari terrieri presso i quali gli extracomunitari lavoravano per raccogliere arance,uva,olive o pomodori? Chi sono i caporali che li prendono all’alba sui furgoncini, come al mercato del bestiame, scelgono i più forti e lucrano addirittura 5 dei miserabilissimi 20 euro che guadagnano? Si apprende che molti degli immigrati risultano comunque in possesso di permesso stagionale, altri hanno documenti in regola, molti sono richiedenti asilo. La magistratura sta indagando, come giusto che sia. Ma non sarebbe un bel gesto da parte dell’informazione televisiva porre in rilievo tali aspetti?
Un paese ricco e civile quale osa definirsi l’Italia non può solo affrontare un tale disastro come un problema di ordine pubblico e rallegrarsene “perché non ci è scappato il morto”. La politica dell’accoglienza è inesistente o spesso improntata al mero ed esplicito razzismo. Si va dalla nota della Gelmini che, dando voce ad un vecchio sogno leghista, vuole fissare al 30% la presenza degli studenti immigrati in classe. Passando per lo sconcio reato di immigrazione clandestina. Sino ad arrivare all’odissea alla quale è soggetta un’impresa che volesse assumere un lavoratore extracomunitario. Si dice che si vogliono tutelare gli immigrati che lavorano e non delinquono. Per assumerne uno, ammesso che si riesca a “vincere” la lotteria delle quote provinciali, passano dai 12 ai 18 mesi dalla presentazione della domanda!
Tra le tante voci che hanno trattato tale spiacevolissimo fatto quella che mi è parsa maggiormente carica di umanità è stata la poesia di Adriano Sofri su Repubblica. Nel video la lettura di Lella Costa.








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