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La rete non è la televisione!

17 gennaio 2010 Rosario 4 commenti

Prendo spunto da un bellissimo articolo dell’avvocato Guido Scorza su Punto Informatico, anticipato sul suo blog. Egli affronta il tema del recepimento della Direttiva dell’Unione Europea n. 2007/65/CE dell’11 dicembre 2007 che modifica la direttiva 89/552/CEE del Consiglio relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive. Sottolinea il Parlamento Europeo come la trasmissione di servizi di media audiovisivi renda necessario un adattamento del quadro normativo al fine di tenere conto dell’impatto dei cambiamenti strutturali, della diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) e delle innovazioni tecnologiche sui modelli d’attività, in particolare sul finanziamento della radiodiffusione commerciale.
Il  Parlamento Italiano si accinge a dare attuazione a tale direttiva tramite lo schema di Decreto Legislativo n. 169 trasmesso alla Presidenza della Camera il 18 dicembre 2009.
Partiamo dal contenuto della Direttiva n. 2007/65/CE, che al considerato 16 recita:

Ai fini della presente direttiva, la definizione di servizi di media audiovisivi dovrebbe comprendere solo i servizi di media audiovisivi, sia di radiodiffusione televisiva che a richiesta, che sono mezzi di comunicazione di massa, vale a dire destinati ad essere ricevuti da una porzione considerevole del grande pubblico sulla quale potrebbero esercitare un impatto evidente. Il suo ambito di applicazione dovrebbe limitarsi ai servizi definiti dal trattato, inglobando quindi tutte le forme di attività economica, comprese quelle svolte dalle imprese di servizio pubblico, ma non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse.

Abbastanza pleonastica la volontà del legislatore europeo di non equiparare i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati alle televisioni così come le conosciamo oggigiorno. Il Governo con la lett a) del comma 1 dell’art. 4 dello schema di decreto legislativo se da un lato nel definire il servizio media audiovisivo afferma che

non rientrano nella nozione di servizio media audiovisivo i servizi prestati nell’esercizio di attività principalmente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva;

dall’altro inserisce il periodo successivo

fermo restando che rientrano nella predetta definizione i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale;

Come si chiedono Guido Scorza e Stefano Quintarelli in un video blog “il contenuto audiovisivo non ha carattere meramente incidentale” ma, il sito non esercita certo un’attività “principalmente economica”. Inoltre una piattaforma UGC che consenta agli utenti di pubblicare propri contenuti audiovisivi nell’ambito di un’attività economica è una televisione?
Delle due l’una:

  • o si tratta dell’ennesimo pressapochismo nello scrivere i testi normativi, visto che il considerato della direttiva è abbastanza lapidario nell’escludere determinati tipi di siti dalla definizione di servizio media audiovisivo;
  • o il governo ha agito dolosamente sotto l’egida dell’immane conflitto di interesse televisivo-politico che da anni condiziona le scelte legislative di questo paese.

La direttiva europea, inoltre, al considerato 23 afferma che:

la presente direttiva dovrebbe applicarsi fatte salve le deroghe di responsabilità della direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (direttiva sul commercio elettronico).

Ribadendo ancora una volta il principio dell’irresponsabilità degli intermediari della comunicazione  per i contenuti pubblicati dai propri utenti e di non responsabilità dei primi per i medesimi contenuti.
Invece il decreto all’art. 6 prevede un obbligo in capo a tutti i fornitori di servizi media audiovisivi di astenersi

dal trasmettere o ritrasmettere, o mettere comunque a disposizione degli utenti, su qualsiasi piattaforma e qualunque sia la tipologia di servizio offerto, programmi oggetto di diritti di proprietà intellettuale di terzi o parti di tali programmi, senza il consenso di titolari dei diritti e salve le disposizioni in materia di brevi estratti di cronaca.

La solita occasione dolosamente sprecata. Anziché sfruttare l’occasione offerta dall’Unione Europea per affermare l’irresponsabilità degli intermediari della comunicazione sui contenuti pubblicati sui loro siti, oggetto di recenti pronunce giurisprudenziali su casi di annunci web o di responsabilità penali per commenti pubblicati su siti web, si affonda l’ennesimo duro colpo alla libertà della rete.
Il mondo cambia ad una velocità che la classe dirigente politica italiana non è nemmeno in grado di analizzare, figurarsi di comprendere. Se a ciò si aggiunge che decisioni vitali sul futuro dell’innovazione tecnologica in Italia debbano essere prese sotto il peso della spada di Damocle della conservazione del potere economico-mediatico-politico della televisione, si capisce come il nostro paese oltre a non tutelare il diritto costituzionale alla libertà di informazione, stia perdendo il treno dello sviluppo dei presupposti essenziali della rete come motore del futuro progresso economico.

Il cambiamento di Minzolini

24 giugno 2009 Rosario 1 commento

Da ieri impazzano sulla rete, grazie alla pubblicazione di un blog: Giovani carini e disturbati, le parole dell’attuale direttore del Tg1 Augusto Minzolini. Egli in un’intervista del 29 ottobre 1984 dichiara a Repubblica:
Questa ondata di smentite che arriva alla stampa italiana non si ritorce contro la credibilità dei giornali? “Le smentite a ripetizione rivelano solo che abbiamo una classe politica nuova che non ha ancora assimilato il fatto che un politico è un uomo pubblico in ogni momento della sua giornata e che deve comportarsi e parlare come tale. Il rinnovamento del Parlamento italiano è un fenomeno anche sociologico di cui la stampa deve dare conto: io non dimentico mai che il mio referente è il lettore e non il politico e che il mio compito è quello di rappresentarlo come è senza mediazioni”. Rappresentarlo anche nei suoi aspetti privati? E’ giusto frugare nella vita intima di chi ci governa, è utile? “Quattro anni fa, e cioè in tempi non sospetti, scrissi che la nomina di Giampaolo Sodano alla Rai nasceva dai salotti di Gbr, la televisione di Anja Pieroni. Oggi penso che se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici forse non saremmo arrivati a tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure ad andarsene. Non è stato un buon servizio per il paese il nostro fair play: abbiamo semplicemente peccato di ipocrisia. Di Anja Pieroni sapevamo tutto da sempre e non era solo un personaggio della vita intima di Craxi. La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico”. Clicca qui per il pezzo integrale.
Nell’editoriale del Tg1 delle 20 del 22 giugno, egli spiega il perché della “posizione prudente sull’ultimo gossip o pettegolezzo del momento“. In particolare chiarisce che “Il motivo è semplice: dentro questa storia piena di allusioni, testimoni più o meno attendibili e rancori personali non c’è ancora una notizia certa e tantomeno un’ipotesi di reato che coinvolga il premier e i suoi collaboratori”.
Nella fattispecie in questione potrebbero non esserci ipotesi di reato. Ad esempio Berlusconi potrebbe essere stato inconsapevole del fatto che un imprenditore, magari per ingraziarsi il premier, pagasse escort per fargli compagnia. Magari attribuendo le presenze nel suo harem al suo irresistibile fascino ed alla sua prestanza fisica.  Ciò non toglie che lo sconsiderato stile di vita del cavaliere sia, oltre che moralmente discutibile, foriero di rischi per l’immagine e la sicurezza del paese. Com’è possibile che una ragazza che il premier non aveva mai visto entri a Palazzo Grazioli e registri conversazioni, scatti fotografie, senza essere stata sottoposta a preventivi controlli da parte dei servizi di sicurezza?
Per quanto attiene alle notizie certe, ricordo al direttore del Tg1 che esistono nastri e fotografie portate come prova ai magistrati da Patrizia D’Addario, controlli incrociati sui conti correnti bancari, fatture di alberghi e aerei pagati negli ultimi mesi da Gianpaolo Tarantini per sé, per i suoi collaboratori e per le ragazze del suo giro.
Capisco che l’articolo di Minzolini sia stato scritto 15 anni fa; capisco che egli non è più il giovane “inviato di punta della Stampa che, “sul campo” dalle dieci di mattina alle dieci di sera, annusa l’ aria come un furetto sul suo motorino all’ inseguimento delle macchine blu e spunta dove uno meno se lo aspetta“; ma c’entrerà qualcosa l’essere stato nominato direttore del più importante Tg in una cena a Palazzo Grazioli?